I’m not here to save you

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. (C. H. Bukowski)

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beta ed in continua lavorazione di

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Elettrico-blu

il cielo e due mani che accarezzano, ma le mani non sono profonde, come bisturi, e al più si fermano sul viso; sul viso, sperando di palpare ciò che c’è dietro, ciò che dovrebbe esserci. Ma una mano non incide e non è un bisturi. Lei assicurava d’accarezzare uno spirito malleabile, certa di afflare in lui il suo istinto, ma se non incidi ti fermi al più sul viso. Anacoluto.

Lo sviluppo

e l’aumento della presunzione e delle idee permettono ora l’accesso a questo spazio utilizzando un link alternativamente più personale:

http://dave.stravoz.com

(oppure www.dave.stravoz.com, it’s the same).

Salut, à bientôt…

“L’uomo

è la fogna dell’universo”.

(C. H. Bukowski)

Le acque calme

riflettono la luna ed il nuvoloso cielo tormentato l’accompagna navigando, nuotando su quelle. Oh, guarda come s’affiancano. Ma le onde ancora indugiano quiete. Le fisso, guardo in basso, si fermano un’istante e ripartono. Continuo poi ad inseguirle in alto. Forse lì non s’erano mosse affatto.

Imprevisto, inatteso, inimmaginabile, incantato senza fiato: m’accorgo della mia stessa immagine con tanta meraviglia, a stento riesco a credere di poter sguazzare in cielo come queste nuvole cadute in mare. Sempre più smarrito muovo lo sguardo sino a riva e mi si blocca ancora il respiro quando inizio a chiedermi se quel che vedo è solo schiuma o vapore specchiato.

Stralunato,

stralunato come Armstrong, oh, dannazione, non ricordo più bene quale, Lance o Neil, forse Louis. Come dopo la sua prima caduta in bicicletta, come dopo la sua prima discesa dall’Apollo 11, come dopo la sua seconda discesa dall’Apollo 11, come il suo primo sguardo verso la Luna dopo la seconda discesa dall’Apollo 11. Forse, quasi, come “Nettuno ammirar l’ombra d’Argo”…

Oh, dannazione, non ricordo più bene cosa avevo intenzione di dire.

Kyuss – Demon Cleaner

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Il settimo giorno, per meglio godere del suo riposo, creò i Kyuss…

Testo tra i commenti. Divina.

“S’è sorpreso

impreparato per la presenza di alcune pretendenti che hanno presentato repentinamente a lui i loro proibiti intenti. Le pretese delle pretendenti sono state probabilmente presuntuose, ma loro di per sè sono prive di pretese. Il preteso purtroppo perdura proteso verso la pretesa che preferisce, che permane scomparsa, forse ancora contesa o più probabilmente intrisa d’attesa…”

Potrei proseguire per ore, ma preferisco portarmi a poltrire.

Il vuoto

e la ragione si scollano, s’uniscono per separarsi ancora. Ritornano addossati e si affiancano; si parallelizzano e poi s’inchiodano. S’amalgano e s’imbottigliano. Son guai se te ne servono un bicchiere. Il mio? Sono in procinto di svuotarlo via…

Evaporano,

le parole, senza posa, senza residui e rumore. Si assentano, si allontanano discrete. Salgono, ora, le mie parole, rauche o senza senso, sempre meno importanti, ad appesantire qualche nuvola. Evaporano le mie parole, è il ciclo delle parole. Rimarranno lì in alto, a spiarmi, sino alla prossima pioggia.

La luce

l’ombra ed il buio. Come quasi fosse un mirabile miracolo parato dinanzi a sè, restava beato a contemplare il tutto. La luce l’ombra ed il buio. Senza luce non c’è ombra, se sei avvolto in un’ombra sei ad un passo dalla luce. Senza buio, poi, non puoi capirla. “Nessuno può capire un porto se non sa il mare che cos’è”. Senza buio nessuna luce ha valore.

Oh, timido bagliore, riscaldami, ho freddo in luglio.

In buona parte

delle sue giornate mi salutava sempre porgendomi una mano, passandosi spesso l’altra sulle palle. L’ultima volta gli chiesi: “Oh, simpatico, ma tutta ‘sta manfrina che fai ha una storia, ha una ragione?”. Ridacchiò, balbettò. Poi prese fiato e rispose: “Dave, cavoli, tu sei cattivo, tu sputi sentenze, mai una parola cordiale, mai qualcosa di amichevole, quando t’incontro la mia giornata inizia a girar male”.
Continuai a tenergli la mano: “Ma guarda che tu sei coglione più di quelli che strizzi con la sinistra, ammesso che ce ne siano. Non è quello che ti dico a far scassare le tue giornate; prova ad indagare sulla tua testa di cazzo, probabilmente è lì che troverai il responsabile della tua sciagura, te l’assicuro. E non dire ancora che regalo e vomito cattiverie e anatemi, brutto cazzone antropomorfo…”.
Gli lasciai la mano e ce ne andammo.

Ricordo di non

aver mai abbracciato desideri che accarezzassero il bisogno di scrutare, fissare, subire il fascino dalla genuina ingenuità che talvolta per strada, sulla tua strada, s’insinua ed invade le narici, come un meraviglioso odore che non vuoi nemmeno apprezzare per paura che sia troppo buono.

Deciditi, coglione, di respirare a pieni polmoni.

Sono sorpreso

per quanto, oggi, mi sia mancata. In un frammento improvviso dei raggi dell’ultimo pomeriggio, mentre legavi i capelli. Mi sei mancata. Dopo anni, per la prima volta. Quel gesto ed uno sguardo. Mi sei mancata. Un tempo, forse, ci saremmo salutati, oggi no. T’avrei detto qualcosa o una nuova fesseria, almeno.

Non ho mai immaginato che i sentimenti fossero liquidi, che si potessero inscatolare, barattare, scambiare, tappare, incanalare, versare e travasare tanto facilmente, ma che ne so. Non lo credevi nemmeno tu, eppure, nello stesso istante, hai saputo, in un istante!, sorprendere il passante indifferente che ormai sono. Stammi più distante, sempre di più, e non legare i capelli quando qualcuno ti passa accanto.

Pink Floyd – The Great Gig In The Sky

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“And I am not frightened of dying, any time will do, I
don’t mind. Why should I be frightened of dying?
There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime.
If you can hear this whispering you are dying.
I never said I was frightened of dying.”

Meglio di una passante, o no?

Trafitti

dalla vita, scaracchiati
in un odio che dirompe e deprime,
reclusi in un carcere angusto, murati
vivi. Niente ti scarcera e nessuno.

(E. Cioran)

Aveva voglia

di raccontare qualcosa, una storia del tipo non era lì lei, lui neppure, non oggi e ieri nemmeno. Una storia d’impatto era sempre pronta, ma era assonnato, stanco, deluso e svogliato, tanto da non voler raccontare nulla, era già pronta!, e così dispose. Sapeva di perdere un buona scrittura, ma ignorando, forse dimenticando tutto decise di andarsi a coricare. Buonanotte.

Da un muro

bianco, insomma, non ti aspetti niente, non racconta nulla un muro, cazzo, eppure lo fissava come se fosse qualcuno. Voglio dire, non c’era nemmeno uno specchio, eppure. Spendeva sempre un po’, un po’ tanto, del suo tempo con quel muro, tirando fuori dal solito libro delle bugie qualche parola da rigurgitare all’occorrenza: “Si, tutto bene…”, “Non male, grazie”.
A guardarlo bene sembrava ci fosse il suo viso in quel muro, la sua stessa faccia riflessa. Voglio dire, non c’era nemmeno uno specchio, eppure.

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Quattro lettere a cazzo hanno più senso delle tue parole. Quattro lettere del cazzo sono più affidabili delle tue fottute ragioni. Addio.

Mi son beccato,

voglio dire oggi mi hanno dato un paio di volte del rincoglionito, pienodisonno.
Tra le righe ho incassato qualche “svegliati coglione” , e qualcos’altro di affine. Non c’è male, ottimo risultato per una giornata che poteva, per me, rimanere silenziosamente riposta negli anfratti gorgoglianti del tempo.

L’atto della comunicazione – Grammatica contestuale

(tratto da wikibooks.org, wikipedia.com, logos.it)

Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l’emittente, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina.

Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il messaggio o discorso.
La persona a cui il messaggio è destinato sarà il destinatario, o ricevente.
Perché vi sia “comprensione”, bisogna che la lingua usata di chi parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge.
Si deve perciò usare un codice (il complesso di “segnali”, le “parole” di un linguaggio o d’una lingua) comune.
La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissione di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del destinatario o ricevente; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).

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Schema proposto da R. Jakobson:
Egli propone la suddivisione delle funzioni della lingua in sei parti:

1) Funzione emotiva
2) Funzione fàtica
3) Funzione conativa
4) Funzione poetica
5) Funzione metalinguista
6) Funzione referenziale.

La funzione emotiva è incentrata sull’emittente. Viene posta in essere quando l’emittente dell’atto linguistico ha come fine l’espressione dei suoi stati d’animo. La funzione fatica è incentrata sul canale di comunicazione. Essa si realizza quando un partecipante dell’atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo “Mi segui?,mi ascolti?”). La funzione conativa è focalizzata sul ricevente. Essa avviene quando tramite un atto di comunicazione l’emittente cerca di influenzare il ricevente (esempio: “Vai da lei!”). La funzione poetica è incentrata sul messaggio. Avviene quando il messaggio che l’emittente invia all’ascoltatore ha una complessità tale da obbligare il ricevente a ridecodificare il messaggio stesso (ne sono un esempio molte frasi pubblicitarie (o frasi di poesia) del tipo “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura”). La funzione metalinguista è quella riferita al codice stesso. Ossia quando il codice “parla” del codice (un lampante esempio sono le grammatiche). La funzione referenziale infine è incentrata sul contesto. Essa è posta in essere quando viene data un’informazione sul contesto (esempio: “L’aereo parte alle cinque e mezza”).

Schema proposto da R. Jacobson
Cazzo, ogni tanto qualcuno se ne dimentica.

Il fiato

si toglie, il cuore si spezza. Non si spezza il fiato, non si toglie nulla. Non esistono licenze poetiche, non è tempo di poeti.

“Riesci

a buttar giù una bicchierata di sangue prima di vomitare”… Cazzo, hai mai tracannato il tuo sangue? L’hai mai usato per dissetarti? Cazzo, sai che ne hai un bel po’? Ne hai, non credere sia finto, c’è, non è mica acqua.
Ne bevi parecchio, ma poi lo ributti; ed intanto ne scopri il sapore.

Dovrai

avvertire d’un colpo quello che un tempo ti è mancato. E non saprai mai cosa sarebbe stato ora; ma guarda, ti fai bastare l’aver negato qualche intimo principio per sentirti vigorosamente ribelle, per accettarti.
Usi un rimorso per giustificare un ripiego?
Maledizione, hai deciso di non meritare pace.

Ancora ed ancora

ripenso a te, ora, mentre sorrido, ora, mentre cammino affannato, ora, mentre mi addormento lieve.
Placavi me e continui a farlo. Come potrei privarmene?
Capita poi che rivolga lo sguardo in alto, verso di te perché spero di rivederti, ma ai miei occhi non concedo fiducia.
Il tempo non si posa sul dolce senso del tuo ricordo.

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